di Michelangelo Pavia
Oggi è la Festa dei Lavoratori. Quel giorno in cui celebriamo il lavoro… possibilmente evitando di farlo. Ed è proprio in giornate come questa che possiamo concederci il lusso di porci la fatidica domanda: ma che cos’è davvero il lavoro?
Per molti, è sinonimo di stipendio. O di contratto a termine. O di ‘non posso, ho una call’. Ma se ci fermiamo un attimo – giusto il tempo di una pausa caffè lunga come un ponte del primo maggio – ci ricordiamo che nella nostra bellissima, incasinata e sorprendentemente attuale Costituzione, il lavoro ha un altro sapore.
L’articolo 4 dice:
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Materiale o spirituale, attenzione. Quindi no, non vale solo se ti pagano. Vale anche se stai organizzando la biblioteca del tuo quartiere, se cucini per chi ha bisogno, se fai il volontario in un’associazione o se stai crescendo un essere umano (attività notoriamente faticosa e non retribuita, ma pienamente qualificabile come lavoro secondo la Costituzione).
Ma oggi il lavoro è una creatura confusa. Da un lato c’è chi si licenzia in massa, dall’altro chi fa quattro lavori in contemporanea. Nel mezzo ci siamo noi, che lavoriamo con l’AI, contro l’AI, per l’AI o nella costante ansia che ci rubi il mestiere.
Eppure, se l’intelligenza artificiale inizierà davvero a farci risparmiare tempo, non sarebbe male pensare di usare quel tempo per fare qualcosa di utile. Tipo leggere la Costituzione. O contribuire al benessere della collettività. O – udite udite – prendersi cura di una comunità senza doversi giustificare perché non c’è dietro una fattura.
Ma per farlo, ci vorrebbe un piccolo dettaglio: un reddito universale incondizionato. Una cosa che suona come un’utopia ma che, se l’AI si prende davvero i lavori noiosi (tipo ordinare righe in un Excel), potrebbe diventare una condizione per liberare energie verso il famoso progresso materiale e spirituale.
Nel frattempo, ci rimane il coworking. Che non è solo un posto dove lavorare, ma anche un posto dove ci si incontra, ci si guarda in faccia (sì, anche prima del caffè), si condividono idee, si costruisce qualcosa insieme. Ed è in questi luoghi – rumorosi, imperfetti, vivi – che il lavoro torna ad assomigliare a quella cosa di cui parla l’articolo 4: un’attività che dà senso, crea relazioni e, magari, fa anche un po’ ridere.
Buon primo maggio, che siate al lavoro, in sciopero o a cercare l’intelligenza artificiale per darle una ramazzata simbolica.
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