Il gelso di Gerusalemme di Paola Caridi non è un libro semplice da prendere in mano. Non è un romanzo, non è un manuale di botanica, non è un reportage di guerra. È, come lo ha definito il suo stesso editore, un manifesto di botanica politica — una categoria che non esiste nei cataloghi, ma che dopo averlo letto sembra l’unica in grado di contenerlo.
L’incontro del book club di neu [nòi] dedicato a questo libro è stato uno di quelli in cui la discussione prende vita propria. Si parte dal testo, si arriva alla Palestina, poi all’Orto Botanico di Palermo, poi allo Spasimo, poi a Milano e ai suoi alberi di marketing, poi alla piramide di Maslow. Caridi avrebbe probabilmente sorriso.
Un libro piccolo e densissimo
La prima cosa che emerge dal confronto è la questione della forma. Il gelso di Gerusalemme è un saggio di circa 130 pagine con uno stile che qualcuno ha definito anaforico — una ripetizione deliberata di parole-chiave, in particolare la parola “albero”, che attraversa il testo come un ritornello poetico. Una scelta stilistica che ha diviso: chi la trova musicale e coerente con l’intenzione dell’autrice, chi invece l’ha vissuta come un ostacolo alla lettura, quasi un eccesso che rischia di smorzare i contenuti.
Perché di contenuti ce ne sono moltissimi. Il libro è denso di dati, citazioni, rimandi bibliografici, episodi storici documentati. È, come è stato detto, “una lettura non per tutte e tutti”, nel senso che Caridi dà per scontate conoscenze di geopolitica che non tutti hanno. Non è un libro che ti accompagna, è uno che ti sfida.
La storia raccontata dagli alberi (ma davvero?)
Il cuore del progetto di Caridi è ambizioso: spostare il punto di osservazione della storia dal soggetto umano alla natura, e in particolare agli alberi. La dichiarazione d’intenti è esplicita sin dall’inizio del testo. Eppure proprio su questo punto il gruppo si è spaccato.
C’è chi ha apprezzato profondamente l’idea, trovandola coerente con una sensibilità ecologica più ampia: la natura non ha bisogno dell’uomo per sopravvivere, è l’uomo che dipende da lei, e riconoscerlo significa smantellare secoli di pensiero umano-centrico. Chi invece ha sollevato un’obiezione radicale: lo sguardo degli alberi, nel libro, non c’è davvero. Caridi resta uno sguardo umano sugli alberi, non riesce — e forse non lo pretende — a diventare l’albero. Il punto di vista rimane quello di una giornalista e storica che osserva, non quello della natura che narra.
Collegata a questo, una critica lessicale su cui ci si è soffermati: il termine “non umano”, usato dall’autrice per riferirsi al mondo naturale, ha lasciato perplessa parte del gruppo. Definire piante, animali, minerali in negativo — come ciò che non è umano — sembra contraddire proprio la prospettiva che il libro vuole promuovere. Come se per avere dignità bisognasse essere umani, o almeno misurarsi rispetto all’umano. “Sono esseri viventi,” è stato detto con chiarezza, “e questo rappresenta già la loro dignità.”
Gli alberi come strumento politico: storia vecchia o prospettiva nuova?
Uno dei punti di maggiore tensione nella discussione ha riguardato la pretesa di originalità del libro. Il fatto che gli alberi vengano usati per governare il territorio, segnare i confini, controllare le popolazioni non è una scoperta del XXI secolo. È la storia dell’agricoltura, del feudalesimo, della colonizzazione. Chi ha studiato storia dell’arte o urbanistica ha riconosciuto in questi meccanismi qualcosa di noto, quasi codificato da secoli. La campagna, le coltivazioni, il paesaggio come strumento di potere: è, in fondo, ciò che rappresenta il Buon Governo di Lorenzetti, è la logica del latifondo siciliano, è la storia dell’umanità.
Eppure questo non toglie valore al libro, anzi: ciò che Caridi fa non è scoprire il meccanismo, ma renderlo visibile attraverso episodi specifici e contemporanei. Per chi già conosce il quadro generale, la lettura può risultare meno sorprendente; per chi non ha questa formazione, ogni capitolo può aprire una finestra nuova. E anche per chi sa, ci sono casi particolari — come l’abbattimento sistematico dei gelsi in Palestina qualestrategia israeliana di sradicamento identitario — che colpiscono con tutta la loro brutalità concreta.
Caridi, il colonialismo e la parola “Medio Oriente”
Il libro nasce anche da una riflessione sul linguaggio. Caridi — che ha vissuto dieci anni a Gerusalemme come giornalista e corrispondente, e che gestisce il blog Arabi Invisibili dedicato a voci spesso ignorate del mondo arabo — non si limita a raccontare: mette in discussione le categorie con cui noi occidentali pensiamo quei territori.
La parola “Medio Oriente” è uno degli esempi portati all’incontro: un termine che sembra neutro e geografico, ma che in realtà è relazionale e posizionato. Medio Oriente rispetto a cosa? Rispetto a chi si sente al centro. È un residuo del colonialismo ideologico: il colonialismo degli eserciti è finito, ma quello delle categorie mentali, delle definizioni, delle gerarchie implicite nelle parole — quello è ancora in campo. E Caridi lo sa, e ci lavora.
La sua posizione politica è esplicita fin dalle prime pagine, e questo non è stato un problema per il gruppo: è dalla parte dei vinti, dei cacciati, di chi ha perso la terra e con essa i propri alberi. Una posizione che non si maschera, e che anzi dà al libro la sua forza morale.
Il sicomoro, l’ombra e la comunità
Tra gli alberi del libro, il sicomoro occupa un posto particolare. È l’albero-ombra, l’albero-piazza, quello sotto cui le persone si fermano, si incontrano, cercano ristoro. Caridi lo usa come simbolo di ciò che è stato distrutto: non solo una specie vegetale, ma un luogo di aggregazione comunitaria, un centro fisico attorno a cui una collettività si riconosceva. Abbattere i sicomori in alcuni territori della Palestina non è stato un atto botanico, ma politico nel senso più proprio della parola.
Questo tema ha risuonato molto nel gruppo, anche in connessione con storie palermitane. L’albero del Paradiso dello Spasimo — tagliato qualche anno fa con una perizia tecnica contestata, nonostante il tronco, a taglio avvenuto, si rivelasse intatto — è tornato alla memoria come esempio di come anche in contesti non bellici si prendano decisioni politiche mascherate da necessità tecnica. La scelta più facile, la meno costosa, quella che evita responsabilità: tagliare. Senza chiedersi se quell’albero si poteva salvare, senza considerare il suo valore come essere vivente e come identità di un luogo.
La città come coreografia verde, il verde come comunicazione di marketing, l’albero come arredo urbano: è la direzione in cui stiamo andando, è stato osservato. Un rapporto con la natura sempre più mediato, sempre più estetico, sempre meno fisico e culturale.
Siamo troppi, o siamo nel posto sbagliato?
La discussione ha preso una deriva più ampia, e necessaria. Il libro di Caridi racconta prevalentemente un mondo contadino, un sistema di relazioni tra uomo e natura che presuppone la vicinanza fisica alla terra. Ma noi viviamo in città. Sempre di più, in tutto il mondo, le persone si spostano verso le metropoli — e i dati sugli indici di sviluppo umano dicono che questa scelta migliora le condizioni di vita più di quanto faccia il ritorno alla campagna romantico e idealizzato.
Qui si è aperta una tensione autentica. Da un lato, c’è chi crede che il cambiamento parta dall’individuo: imparare a leggere le etichette, scegliere il mercato di stagione, piantare qualcosa, sintonizzarsi con le frequenze della natura. Dall’altro, chi sostiene che il sistema produttivo, l’agricoltura intensiva, il cibo che ammuffisce nei magazzini mentre miliardi di persone lavorano per uno stipendio — questi non sono problemi risolvibili dal basso. Ci vogliono politiche, regole, cambiamenti strutturali. L’Agenda 2030, i regolamenti europei sugli allevamenti, i finanziamenti alla forestazione urbana: strumenti reali, anche se lenti, anche se insufficienti.
E poi c’è la domanda che nessuno ha risolto, ma che è rimasta nell’aria: se anche tutti i singoli facessero la cosa giusta, basterebbe? O stiamo delegando all’etica individuale ciò che solo la politica economica può affrontare?
La natura che ci usa (e noi che non lo sappiamo)
Un rovesciamento finale, proposto quasi come provocazione: e se fosse la natura a usare noi, e non viceversa? Il grano non avrebbe mai raggiunto la sua diffusione globale senza l’agricoltura umana. L’arancio di Jaffa non sarebbe diventato simbolo di un territorio senza secoli di coltivazione intenzionale. Gli alberi da frutto, le piante alimentari, le specie coltivate: da un certo punto di vista darwiniano, si sono servite dell’intelligenza umana per diffondersi in modo che nessuna specie spontanea avrebbe potuto fare.
È una visione cinica, è stato riconosciuto, ma non per questo meno vera. E mette in crisi tanto l’antropocentrismo classico quanto l’idea romantica di una natura pura che l’uomo ha corrotto. Il rapporto è sadomasochistico, forse, ma è anche una partnership millenaria. Stefano Mancuso — botanico tra i più noti nel panorama italiano, citato da Caridi tra le letture consigliate — ha dedicato anni a raccontare questa intelligenza vegetale spietata ed efficacissima, e il libro di Caridi in qualche modo dialoga con quella tradizione, pur senza farne il centro.
Opere e autori citati
Libri:
Paola Caridi, Arabi Invisibili (Feltrinelli, 2007) — il blog e il progetto giornalistico da cui viene l’autrice del libro discusso
Stefano Mancuso, L’incredibile viaggio delle piante (Laterza, 2018) — citato come lettura consigliata da Caridi e come riferimento per chi si occupa di botanica e intelligenza vegetale
Stefano Mancuso, La nazione delle piante (Laterza, 2019) — menzionato come approfondimento sul tema della sensibilità e intelligenza vegetale
Figure e luoghi:
Giuseppe Barbera, agronomo e accademico palermitano, esperto di paesaggio agrario siciliano e olivicoltura mediterranea
Lo Spasimo (Santa Maria dello Spasimo), complesso monumentale nel quartiere Kalsa di Palermo, luogo di eventi culturali e spazio identitario della città
Il castagno dei cento cavalli sull’Etna, uno dei castagni più antichi e grandi al mondo, situato a Sant’Alfio (CT), testimone secolare della storia siciliana
L’albero di Falcone, Ficus macrocarpa di fronte all’abitazione di Giovanni Falcone in via Notarbartolo a Palermo, diventato memoriale spontaneo e simbolo nazionale dell’antimafia
Extraordinary Attorney Woo (L’avvocata Woo), serie televisiva coreana (2022), citata per un episodio dedicato alla difesa di un bagolare secolare minacciato da un progetto autostradale
Note del modello di redazione
Questo report è stato generato da un modello di intelligenza artificiale a partire da una trascrizione automatica dell’incontro del book club registrato. L’audio è stato trascritto automaticamente, e successivamente il report è stato generato utilizzando i dati della trascrizione. Il report è stato in seguito condiviso, per la revisione finale, con le persone presenti all’incontro e poi pubblicato sul blog dell’associazione neu [nòi] – spazio al lavoro.
